L'anno 1616 fu triste


La prima sensazione di fronte al tomo depositato dal bibliotecario sul bancone è ambigua. L'emozione dell'incontro con l'opera cede il passo ad una sorta di timore reverenziale amplificato dalla mole imponente del volume, che supera il migliaio di pagine.
Il primo approccio al linguaggio è faticoso ma sono sufficienti pochi paragrafi per sprofondare fino al collo trascinati dalla corrente. E' quasi impossibile resistere alla tentazione di pendere dalle labbra di Don Chisciotte fino a quando lo scudiero Sancho Panza si guadagna la scena, a suon di arguzie, adombrando l'effigie del  "cavaliere dalla triste figura".
Un brivido mi coglie quando mi sorprendo a ridere di gusto di fronte alla descrizione vivida delle condizioni in cui versa il cavaliere sopravvissuto all'ennesimo pestaggio originato dall'ostinazione pervicace che lo corrode. De Cervantes è capace di strappare risate e tenere occhi e cuori incollati a distanza di 400 anni. Credo sia questo a rendere la sua opera universale e intramontabile. Cervantes ha creato personaggi perfettamente aderenti all'epoca di ambientazione dell'opera ma al tempo stesso facilmente estrapolabili. Don Chisciotte si staglia al di là del tempo come simbolo dell'uomo imprigionato nell'illusione di sapere come vanno (e come devono andare) le cose, pronto ad attribuire la colpa dei fallimenti alla perfidia degli incantatori che lo perseguitano indefessi.
Permane immutata nell'uomo moderno la tendenza a collocare la causa di tutti i mali all'esterno, attraverso la devoluzione completa di responsabilità, nella narcisistica difesa dell'io dagli attacchi ingiustificati del mondo.
L'anno 1616 fu triste. Soprattutto il 23 aprile. Il mondo perse in un colpo solo due grandi conoscitori dell'animo umano. Shakespeare e Cervantes.


Commenti

  1. Don Chisciotte viene considerato da molti il primo romanzo moderno, per la struttura narrativa assolutamente inedita ai tempi.

    Dialoghi che volteggiano tra spunti filosofici e follia, tra ideali e comicità; il senso della tragedia è sempre presente, ma non se ne avverte il peso.

    Dostoevskij elogiò più volte l’opera di Cervantes, definendo il libro “bellissimo perché ridicolo”.

    Cervantes raccoglie e metabolizza nel romanzo alcuni aspetti della propria vita: uno su tutti il periodo di schiavitù cui fu sottoposto per cinque anni in Algeria.

    La prima versione del libro fu pubblicata nel 1605, quando Cervantes aveva 57 anni.

    Il romanzo aveva un finale aperto e riscosse un successo tale che nel 1614 un tale Alonso Fernandez ne pubblicò un seguito.

    L’indignazione dell’autore lo spinse a scriverne la conclusione.

    Rimangono scolpite nell'anima le ultime parole del nostro eroe:

    “Io sono nato per vivere morendo”.

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    1. Grazie Nicoletta! Solo una precisazione, quelle che tu citi non sono le ultime parole di Don Chisciotte. Si trovano infatti nel capitolo LIX (l'ultimo capitolo è il LXXII). Nel passaggio in questione Don Chisciotte si prende gioco di Sancho dicendo:"Yo, Sancho, nací para vivir muriendo y tú para morir comiendo" ossia "Io nacqui, o Sancio, per vivere morendo, e tu per morire mangiando".
      Purtroppo il finale dell'opera è molto più triste e le parole del cavaliere alquanto seriose.

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