L'uragano Lolita

Leggere della passione che lega il quarantenne Humbert Humbert alla dodicenne Dolores Haze (Lolita) suscita emozioni forti che oscillano dalla ripulsa alla commiserazione.
Nella breve postfazione allegata al romanzo l'autore Vladimir Nabokov reagisce alle critiche dei lettori scandalizzati impartendo un'importante lezione di critica letteraria, basata su di un approccio anti-convenzionale all'opera d'arte che si esamina.
Per me un'opera di narrativa esiste solo se mi procura quella che francamente chiamerò voluttà estetica, cioè il senso di essere in contatto, in qualche modo, in qualche luogo, con altri stati dell'essere dove l'arte (curiosità, tenerezza, bontà, estasi) è la norma.
Cercare di disseppellire il messaggio edificante nascosto dall'autore fra le righe del romanzo è un'operazione inutile oltreché illegittima in quanto:
Lolita non si porta dietro nessuna morale.
E Nabokov non è uno scrittore di narrativa didattica ma un artista che sprona i suoi lettori a non svilire la potenza della narrazione ricorrendo ad elementi estranei che hanno a che fare più con chi giudica che con l'opera sottoposta a giudizio.

Se Nabokov svela apertamente cosa non è Lolita io proverò con cautela a descrivere in positivo che cosa significa per me.
Lolita è un uragano creato per spazzare via la banalizzazione dei sentimenti umani, un vortice capace di catapultare con violenza i lettori che incontra nella mente, nel corpo e nell'esistenza di un uomo affetto da grave disturbo parafilico.
Non ravviso alcuna forma di compiacimento pornografico da parte dell'autore cui riconosco invece abilità ed impegno fuori dal comune per trattare contenuti scabrosi e difficili. 
Si dà il caso che io sia il tipo di autore che, quando comincia a lavorare ad un libro, non ha altro intento se non quello di liberarsi del libro medesimo.
Innumerevoli artisti immortali descrivono con parole simili l'atto creativo.
Nabokov rientra a pieno titolo nella schiera.




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