Vedere attraverso le cicatrici

Sulla copertina del libro l'editore ricorda al lettore che Toni Morrison vinse con "Beloved" (Amatissima) il premio Pulitzer nel 1988.
Non conoscevo l'autrice e neppure l'argomento dell'opera. Mi sono immerso nella lettura senza pregiudizio, lasciandomi guidare dalle parole scritte sulle pagine.
La protagonista Sethe, una giovane madre sfuggita alla schiavitù, accompagna il lettore nei recessi di una vita di cui svela lentamente ma meticolosamente i dettagli, mediante salti nel tempo, evocando spiriti e visioni.
Il cosiddetto "black holocaust", l'olocausto africano, prende forma e sostanza, paragrafo dopo paragrafo. L'orrore dello schiavismo, fattosi carne, palpita nel corpo ferito di una donna, prima bambina e poi madre.  S'insinua in profondità, trascinandola nel punto più basso - l'infanticidio - l'innominabile atto che l'accomuna a Medea, commesso nel suo caso non per punire il padre dei suoi figli ma per sottrarre l'innocenza alle mandibole mai sazie della schiavitù,  per preservare la libertà di una creatura generata da schiavi, sua figlia, la sua Beloved.
Toni Morrison esplora un lato oscuro della storia del genere umano in modo non convenzionale: il contesto e le cause dello schiavismo non sono l'oggetto d'interesse. L'obiettivo è puntato sugli effetti che la malvagità dell'uomo può sortire sulle vittime e sui carnefici stessi, sulle conseguenze di lunga durata, sugli stravolgimenti fisici e psicologici, sull'alterazione dei sentimenti.
Sethe è la testimone vivente di come il male può trasformare l'amore in un concetto molto vasto che spazia dalla carezza alla lama del pugnale che spezza la vita.
Per guardarci dal male dobbiamo conoscerlo.
Le cicatrici profonde che solcano la schiena di Sethe, che rappresentano il simbolo tangibile della ribellione ed assumono la forma singolare di un albero, sono la lente d'ingrandimento che permette di scorgere gli aspetti più bui dell'umanità.
O semplicemente di rilevarne l'assenza.


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