Eterno ritorno

Per orientarsi nell'arco della giornata studiava l'ombra proiettata dall'albero, finché il sole lo consentiva. I giorni trascorrevano uguali, passando in rassegna tutto quel che avveniva in basso, nel prato, alla ricerca di differenze o particolari non ancora notati da alcuno.
Si dibatteva molto sul colore dell'erba, per alcuni verde per altri tendente al giallo. Alla fine i frutti più in alto davano ragione a quelli più vicini alla terra: non c'era modo di vedere i dettagli da lassù, bisognava per forza credere ai racconti dei frutti bassi.
Quel giorno l'ombra aveva effettuato parte del suo percorso sul terreno circostante la pianta quando un uomo con una camicia a quadratoni, che si era posizionato sotto la chioma, iniziò a staccare i frutti, tagliando con le cesoie il picciolo in modo da mantenere attaccata la rosetta.
Il pompelmo tremava vedendo l'arnese avvicinarsi ai frutti circostanti ma scoprì quando venne il suo turno che il taglio non era doloroso. Il contatto con la mano callosa gli conferì uno strano senso di sicurezza, che non diminuì neppure pochi istanti dopo, quando fu adagiato in una cassetta di legno, insieme agli altri pompelmi.
Il privilegio di poter vedere l'erba così da vicino, quasi toccandola, gli scaldò la polpa.
Prima d'incamminarsi l'uomo prese la cassetta e la issò sopra il capo.
Il pompelmo vide per la prima volta il cielo, che fino a quel momento aveva soltanto intuito, perché mascherato quasi integralmente dalle foglie e dai frutti che lo sovrastavano, quando viveva sull'albero.
Nel cielo poi vide il sole, che sapeva essere la causa dell'ombra perché glielo avevano svelato i frutti alti.
Qualche metro più avanti l'uomo, inciampato in una radice di ulivo sporgente, per evitare di sfracellarsi al suolo lasciò andare la cassetta, che precipitò sfasciandosi e rovesciando il contenuto lungo le pendici della collina.
Il pompelmo terminò la sua corsa urtando un tronco.
Era il tronco del suo albero natale, lo riconobbe dal profumo della corteccia.




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